“2 Cavalli & non solo”

 

 

STORIA DELLA 2 CAVALLI Foto n. 3 (Flamino Bertone)

Foto n. 1 (A. Citroen)Foto n. 2 (Pierre Boulanger)

Foto n. 4 (Michelin)“Faccia studiare dai suoi servizi una vettura che possa trasportare 2 contadini in zoccoli e 50 Kg. di patate o un barilotto di vino ad una velocità max di 60 Km/h e con un consumo di 3 litri per 100 Km”
Con questa ormai celebrissima frase, il Patron della Citroen Pierre Boulanger (foto 2) affidava al direttore dell’Ufficio Studi P. Brogly il compito di realizzare una vettura popolare e funzionale, in grado di soddisfare le necessità le crescenti necessicà di spostamento dei Francesi.
Era il 1935 e la Citroen stava attraversando una crisi drammatica. Da pochi mesi era morto il suo fondatore A. Citroen (foto 1) che pur avendo fatto della omonima azienda la prima delFoto n. 5 settore in Francia, non era riuscito a superare le asperità che travagliavano all’epoca i mercati di tutt’Europa.
Già dal 1934 la Citroen aveva chiesto il fallimento ed era stata prelevata  per il 60% da Michelin (foto 4); Boulanger nominato subito “Patron” dell’azienda era l’uomo “nuovo” che aveva l’arduo compito di far risorgere una fabbrica simbolo della Francia. Uno staff di tecnici formidabili si mise subito all’opera per  realizzare quella che avrebbe dovuto essere l’auto perFoto n. 6 tutti. Il progetto si chiamò T.P.V. ossia Toute Petite Voiture (Vettura Piccolissima), ad esso lavorarono esperti provenienti da svariati settori della meccanica, del design e finanche della poesia. Fra questi spicca la personalità del giovane Flaminio Bertone (foto 3), incompreso genio italiano che trovò nel progetto T.P.V. l’opportunità che aspettava; in seguito la “linea” Bertone realizzò anche il profilo della mitica “DS” .
I primi prototipi prodotti tra il ‘36 ed il ‘38 durante le prove su strada si dimostrarono inefficienti. Le sofisticate soluzioni tecniche adottate per realizzare la T.P.V. erano state realizzate da progettisti provenienti in gran parte dal settore aeronautico e pur rendendo la vettura Foto n. 6 bisleggerissima, si erano dimostrate poco funzionali. Il primo modello era andato su strada utilizzando un motore BMV di 500 cc. che si era fuso dopo 1000 Km di percorrenza. Fu realizzato così un bicilindrico raffreddato ad acqua di 375 cc. che erogava 2 CV di potenza fiscale; questo propulsore inizialmente evidenziò limiti notevoli (durante il primo collaudo si incendiò) ma dopo alcune migliorie si dimostrò affidabile (foto 5). Il telaio della T.P.V. inizialmente tutto in alluminio (costosissimo all’epoca fu successivamente integrato da parti in lamiera (foto 6). Era composto da due parti separate e saldate fra loro: la scocca e la piattaforma (foto 7); Quest’ultimo segmento rappresentava la vera componente rivoluzionaria del progetto ed alloggiava le sospensioniFoto n. 7 indipendenti-interagenti che conferivano una stabilità eccezionale al veicolo.
Boulanger fra il ‘37 ed il ‘38 era ossessionato dalla paura di perdere la quota di mercato destinata alle utilitarie e così spingeva per la presentazione della T.P.V. al grande pubblico, nonostante la vettura non fosse ancora a punto.
Il 7 dicembre 1938, dopo prove massacranti, il prototipo “43” aveva evidenziato, pur rispondendo a dovere alle aspettative dei progettisti numerose lacune di funzionalità. Il parabrezza in plexsiglass si era rivelatoFoto n. 8 inadeguato, l’alloggiamento del motore era troppo angusto (solo per sostituire una candela bisognava smontare un parafango); non si poteva usare il crick perché mancava l’apposito attacco. I tecnici si misero nuovamente al lavoro e ridisegnarono interamente l’automobile; dopo pochi mesi, i tedeschi invasero la Francia e ciò salvò la T.P.V. da un “fiasco” clamoroso. Le costosissime quanto innovative soluzioni impiegate avevano infatti collocato l’auto fuori dal mercato, perciò la guerra fornì l’occasione per un ponderato ripensamento di tutto il progetto (foto 8 e 9). Si abbandonò il costosissimo alluminio, impiegando la lamiera e l’appesantimento della vettura da ciò derivato fu compensato con un nuovo propulsore da 475cc. raffreddato ad aria che venneFoto n. 9 realizzato dal geniale Walter Becchia.
Nel 1948 la “gestazione“ era finita (foto 10, 11 e 12) e la 2CV (questo fu il nuovo nome della T.P.V.) venne presentata dopo tanti segreti al Salone di Parigi (tutti i prototipi concepiti prima della guerra furono distrutti per ordine di Boulanger; soltanto uno se ne salvò, completamente smontato in un granaio venne rinvenuto e rimontato nel 1970 (foto 6 bis). Le soluzioni spartane degli interni si contrapponevano alle innovazioni tecniche della meccanica che facevano della utilitaria francese un’auto per tutti. La “Lumaca di latta”, come fu in seguito chiamata dai suoi funs, montava il vecchio 375 cc. raffreddato ad aria, sviluppava 9 CV di potenza e raggiungevaFoto n. 10 una velocità max di 65 Km/h  consumando 4-5 litri di benzina per 100 Km (foto 13).
La stampa di settore accolse negativamente la 2CV ed in particolare quella italiana che ne fece un “bersaglio” di scherno fino agli anni ‘70 (chissà perché?!!).... ma il tempo è ...“Galantuomo”.
La Citroen fu infatti subito “bombardata” di richieste d’acquisto da parte di aziende e privati. La crisi del dopoguerra e la conseguente penuria di materie prime rallentarono la produzione; i tempi d’attesa per la consegna superarono i 10 mesi e così la priorità fu data alle aziende e agli imprenditori. L’incremento delle vendite fu costante. In 50 anni sono state prodotte circa 7 milioni di 2CV.
Ricordiamo la “Furgonetta” (1951) che motorizzò ancheFoto n. 11 le Poste Francesi (foto 14) e fu di aiuto a molti artigiani e contadini per il loro lavoro.
Ricordiamo la “Sahara” (1958) che prodotta in 694 esemplari montava due motori; di queste oggi ne sopravvivono 29 in tutto il mondo (2 “esemplari” sono iscritte al nostro Club).
Ricordiamo il “Dyane” (1967) che fornì al mercato un modello evoluto nelle linea e nel comfort (foto 15).
Ricordiamo il “ Mehari” (1968) che con poca spesa permetteva a chiunque “l’uso della Jeep”  (foto 16).
Ricordiamo gli ultimi modelli: “Dolly”- “Coccorico”- “Charleston” colorate ed  originalissime (nell’ordineFoto n. 12 foto 17,18 e19).
In circa 50 anni questa macchina, nata con l’intento di permettere a tutti l’uso di un’automobile, ha assunto un significato ben più ricco nella nostra cultura, divenendo modello di anticonformismo e LIBERTA'.
In ogni angolo della terra è stata impiegata e modificata utilizzandone la componentistica per le più estrose realizzazioni. Barche, aerei, motociclette (una proprio qui a Città di Castello - foto 20), carri armati, bolidi che corrono la 24h a oltre 200 Km/h, Safari e tutta una serie di impressionanti modelli sono stati costruiti con la 2CV... (foto 21-24).
   

Foto n. 13

Foto n. 14

Foto n. 15 Foto n. 16

Foto n. 17 (modello Dolly)

Foto n. 18 (mod. Coccorico)

Foto n. 19 (mod. Charleston)

Foto n. 20

Foto n. 21

Foto n. 22

Foto n. 23

Foto n. 24

   

 

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